Arbe

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di Luka Zaro, Marko Novak, Katarina Srnovrsnik, Pavle Pavlovic, Sara Barut, Monica Santin, Vito Gregorich, Janz Gornik, prof. Marco Apollonio ( Ginnasio "Carli" di Koper - Slo) Progetto Fenice Europa 2007

Le autorità italiane organizzarono per gli abitanti del Cebransko, della Notranjska, della Dolenjska e della Bela Krajina un particolare campo di concentramento sull’isola di Arbe, per poter in tal modo eseguire un lento ma completo sterminio della popolazione slovena. Il campo di concentramento fu eretto tra la baia di S. Eufemia e Kampor. Il 2 giugno 1942 sbarcarono ad Arbe 200 soldati italiani, che si sistemarono nelle tende.  Furono mobilizzati 300 abitanti, per lo più maschi, per la costruzione della strada tra Arbe e Kampor, il 27 giugno 1942 invece trasportarono sull’isola i primi 170 internati sloveni, dell’età compresa tra i 18 e i 45 anni. Il giorno seguente sbarcarono le donne e i bambini. Alcuni trasporti non avevano neppure la lista con i nomi dei passeggeri, che erano smistati in base al numero.

I condannati dovevano montarsi da soli della tende in mezzo ai campi che erano privi di strade o acqua potabile. Il suolo argilloso con la pioggia mutava in fango, mentre con la siccità  si trasformava invece in polvere. Le tende erano materiale militare usato ed in pessime condizioni. In una tenda c’era spazio per quattro persone adulte, anche se a volte ne vivevano relegate perfino otto.
Nel periodo tra il 27 luglio 1942 e metà ottobre dello stesso anno, gli italiani trasferirono ad Arbe un gran numero di deportati, attraverso il campo sono invece passate complessivamente 15000 persone: due terzi erano Sloveni, un terzo Croati provenienti dalle Bocche di Cattaro e Kastav.
Oltre la fame e la sete gli internati soffrivano e pativano le pessime condizioni igieniche. Nei primi quattro mesi l’acqua veniva trasportata dai militari con apposite cisterne. L’acqua veniva usata principalmente per l’alimentazione e l’igiene delle persone. Nel 1943 sono iniziate le costruzioni di baracche di legno e di bagni. Sull’isola di Arbe gli italiani hanno costruito cinque campi di concentramento. Quello maschile era situato sulla parte destra della strada, quello femminile da quella sinistra, su un terreno più accidentato. Nell’ottobre del 1942 costruirono una nuova struttura, fornita di lavatoi, più tardi destinata agli ebrei (2500 circa). Nel giugno del 1943 fu iniziata la costruzione del quarto campo, mai conclusa a causa della capitolazione italiana. Gli uffici ed il comando generale si trovavano in un edificio scolastico abbandonato, con a capo il colonnello Vincenzo Cuiuli.
La vita degli internati era guidata dalle autorità fasciste. Il cibo e le vivande venivano distribuiti secondo la seguente lista: pane150 gr., riso 66gr., pomodori 15 gr., carne con ossa 100 gr., formaggio 40 gr., olio 13 gr., zucchero 15 gr., nessuno però controllava i soldati addetti all’alimentazione delle persone.
Grande piaga degli internati erano anche le zecche, che si annidavano dappertutto. Per più volte il campo di concentramento fu colpito pure da alluvioni violentissime che distrussero completamente le abitazioni di Arbe. Dall’agosto 1942 gli internati venivano seppelliti nel nuovo cimitero adiacente al campo, dove oggi e posizionata una grande statua in memoria della seconda guerra mondiale. Secondo le stime ad Arbe sono morti 4000 internati. I morti evidenziati sono invece solamente 1152.
Il 5 gennaio 1943 gli internati fondarono un comitato di liberazione, che aveva il compito di organizzare un maggior numero di persone che condividevano la stessa opinione comunista. Il comitato di liberazione divenne sempre più importante e raggiunse un accordo con i fascisti: i bambini ed i malati furono trasferiti in un ospedale abbandonato di Arbe.
Il comitato di liberazione aveva contatti anche con l’esterno del campo di concentramento. Spie e filocomunisti portavano notizie a persone fidate e mettevano il campo di concentramento in contatto con il resto del paese.
Nel tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943, il comitato di liberazione prese il potere dopo aver saputo la notizia della capitolazione dell’Italia. Il colonnello Vincenzo Cuiuli venne riconosciuto come colpevole e condannato a morte, si suicidò però pochi giorni prima dell’esecuzione. Alcuni soldati italiani si schierarono con gli abitanti, gli altri vennero espatriati. 
Gli internati si organizzarono in brigate e vennero trasferiti rispettivamente a Cherso, Lussino e in Istria.



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