Le testimonianze di Gasparini e Zanuttin

di Federico Movia, Federico Zimolo, Davide Bressan, Gabriele Pierro, Stefania Monorchio, Giulia Boscarol, Davide Cunial, Denis Ferrara, Davide Jhonny Spiga, Giulia Soravia, Piergiorgio Grundner, Lucrezia Bogaro, gruppo AGESCI Gradisca1, Clan la fenice, Treno della Memoria 2008.

LEOPOLDO GASPARINI

Nato a Gradisca (Gorizia) il 21 gennaio 1894, morto a Gradisca l’8 gennaio 1969, impiegato.

Militante socialista, al Congresso di Livorno fu tra i fondatori del Partito comunista. Nominato segretario della Federazione comunista della Venezia Giulia, Gasparini nel 1922 divenne membro del Comitato centrale del partito. All’indomani dell’andata al potere del fascismo, fu licenziato dall’impiego, aggredito a più riprese dagli squadristi e gravemente ferito.

Ciò non lo distolse dal suo impegno democratico, tanto che nel 1927, dopo la promulgazione delle "leggi eccezionali" fu arrestato. L’anno successivo, processato dal Tribunale speciale, Gasparini fu condannato a sette anni e otto mesi di reclusione. Fu, infine, confinato a Ponza e a Ventotene.

Tornato libero dopo l’arresto di Mussolini, fu tra i promotori, dopo l’armistizio, della lotta partigiana nella sua zona, mantenendo i collegamenti con le formazioni armate in montagna e con le organizzazioni clandestine dell’Isonzo, della Bassa Friulana, di Monfalcone e di Trieste. Dopo la Liberazione ha diretto il quotidiano Il Lavoratore di Trieste. Ha quindi diretto la "Scuola quadri" del PCI a Faggeto Lario. Gasparini è stato anche sindaco dell’Unione dei Comuni, che si costituì negli anni sessanta a Gradisca.

 

DINO ZANUTTIN

Ci sono libri che nascono da soli, che chiedono solo di essere scritti. La biografia di Dino Zanuttin è uno di questi. L’abbiamo capito già alla chiusura del primo volume dedicato alla storia di Dino, quel Nanò, un partigiano qualunque che ci colpì tutti per la sua immediatezza, per la sua fedeltà al modo di essere di Dino, alla sua storia che è poi anche la storia di una generazione, una biografia collettiva avvincente come un romanzo. Anche in questo caso, come per il primo “Nanò” dobbiamo più di un grazie alla maestria di narratore di Giorgio Germani che ha saputo trasformare la testimonianza di Dino in un prezioso lavoro di divulgazione che si legge, e non è un merito da poco, anche solo per il piacere di farlo e che proprio per questo riteniamo possa essere utile a studenti e insegnanti. Giorgio Germani ha saputo trasportarci nel mondo di un giovane entusiasta com’era Dino con i suoi sogni e le sue speranze deluse nel lungo dopoguerra ma anche accostarci alle riflessioni del Dino di oggi sul proprio passato senza che un piano della narrazione coprisse e condizionasse l’altro. Non era facile per l’autore così come non era facile per il testimone evitare la sovrapposizione di pensieri giovanili e riflessioni mature. Già convincere Dino a riaprire il cassetto dei ricordi è stata una piccola impresa, riuscita penso proprio per la sua consapevolezza di quanto fosse importante comunicare ai più giovani anche questa pagina della propria storia, così dolorosa ma anche così bella, perché, va detto, Dino ha attraversato tutte le contraddizioni, le delusioni, le sofferenze del dopoguerra senza rinunciare a nessuno dei suoi sogni, senza accantonare una sola delle sue speranze e ancora oggi non ha rinunciato al suo impegno, al suo bisogno di darsi agli altri, al suo lavorare per un mondo migliore. La sua, ne accennavo prima, è anche la storia di una generazione. E’ certamente, per un buon tratto, anche la storia di Silvano Bacicchi che ci regala in questo volume più di una prefazione. La sua è una testimonianza personale e insieme una riflessione sulla particolarità della storia del nostro Novecento che pesa, che ci obbliga a pensare. Così come nel libro troviamo altri brandelli di storie individuali che sono state segnate dalla Storia ma che quella Storia, consapevolmente o meno, hanno anche contribuito a scriverla. Penso a Mario Tonzar, a Dante Russian, ad Ado Furlan, a Giorgio Redivo, a Erminio Delfabro e a tanti altri amici che ancora sono con noi o che ci hanno lasciato, così come avevano vissuto, sempre con lo stesso bisogno di dare e di darsi agli altri. Questo libro è anche un omaggio a loro, al loro impegno, al loro “sogno di una cosa” che tanto è costato a loro e alle loro famiglie ma che ancora oggi ci aiuta a capire il nostro presente, ci sprona a renderlo migliore, ci conforta nel nostro bisogno di continuare a sognare. Grazie Dino.

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